Henri Cartier-Bresson

“Dedico a lui questa pagina perché lo considero il mio maestro, il suo pensiero e tecnica fotografica rispecchiano il mio…un buon fotografo non ha bisogno di tante cose: saper individuare e cogliere l’attimo, una macchina ed un obiettivo.”

hcb-1

hcb-4

hcb-2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Breve storia Leica

leica-m

La “signora delle macchine” per antonomasia: Leica Camera AG. Henri Cartier-Bresson è sinonimo di Leica, questa era la macchina che usava.

La miglior qualità ottica l’ho ottenuta con Leica e Zeiss, acerrimi concorrenti da sempre; lo sapevate che assemblare, collaudare e imballare una Leica M ci vogliono in media 8 ore? Tutta montata a mano come vuole la tradizione.

Le origini della Leica risalgono a prima della Grande Guerra, nel 1913; Oskar Barnack, tecnico della Leitz costruì il prototipo della prima fotocamera compatta formato 35mm, nasceva così la Ur-Leica che divenne ben presto un successo inarrestabile e duraturo.

La piccola Leica utilizzava pellicola cinematografica formato 24×36, derivato da due fotogrammi, ciò non era una novità assoluta, vi erano stati tentativi concretizzatesi con i modelli statunitensi Tourist Multiple, Simplex e con la tedesca Minigraph, ma con Leica divenne universale.

Bisognerà però attendere il 1924 per la realizzazione della prima macchina fotografica Leica.

Nel 1932 le fotocamere utilizzate erano già 90.000, nel 1961 un milione. Le pietre miliari di questa evoluzione sono inizialmente i modelli a telemetro, come la leggendaria M3 del 1954 o la M6 del 1984. Con la LEICA R3, Leica apre nel 1976 la strada all’elettronica del sistema R, nel 1989 ecco la prima fotocamera compatta, e nel 1999 la prima macchina fotografica compatta digitale: LEICA DIGILUX 1.

Dal 25 luglio 1996 la Leica ha cambiato nome in Leica Camera AG.

Frasi celebri di Cartier-Bresson

È attraverso un’economia di mezzi e soprattutto con l’abnegazione di sé che si raggiunge la semplicità espressiva.


Non è la mera fotografia che mi interessa. Quel che voglio è catturare quel minuto parte della realtà.


Osservare lì dove gli altri sanno solo vedere.


C’è un istante in cui tutti gli elementi che si muovono sono in equilibrio.


È un’illusione che le foto si facciano con la macchina…si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa.


La fotografia è un’azione immediata, il disegno è una meditazione.


Più di tutto, io cerco un silenzio interiore. Cerco di tradurre la personalità e non una sola espressione.


La fotografia è un impulso spontaneo che viene da un occhio sempre attento che cattura il momento e la sua eternità.


Un ritratto è per me la cosa più difficile. Devi provare a mettere la macchina fotografica tra la pelle di una persona e la sua camicia.


Nella fotografia le cose più piccole possono diventare un grande soggetto, un insignificante dettaglio umano può diventare un leit-motiv.
Noi vediamo e facciamo vedere come testimoni al mondo intorno a noi l’evento che, nella sua naturale attività, genera un organico ritmo di forme.


Il tempo corre e fluisce e solo la nostra morte riesce a raggiungerlo.
La fotografia è una mannaia che nell’eternità coglie l’istante che l’ha abbagliata.


Assouline chiede a Cartier-Bresson quando ha scattato l’ultima foto e si sente rispondere:
“Ebbene, ne ho appena fatta una a lei, ma senza macchina … è venuta bene ugualmente…
la stanghetta degli occhiali perfettamente parallela alla parte superiore del quadro dietro di lei, è sorprendente”.


Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore.
È un modo di vivere.


Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge: in quell’istante, la cattura dell’immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale.


La macchina fotografica è per me un blocco di schizzi, lo strumento dell’intuito e della spontaneità, il detentore dell’attimo che, in termini visivi, interroga e decide nello stesso tempo.


Ciò che desideravo di più di tutto era di afferrare nei confini di una singola fotografia, l’intera essenza di una situazione, che si stava svolgendo davanti ai miei occhi.


Talvolta si centra il punto in pochi secondi, altre volte invece il procedimento richiede ore o giorni. Comunque sia, non esiste un piano standard, nessuno schema di lavoro. Occorre stare sempre all’erta con il cervello, l’occhio e il cuore e avere agilità nel corpo.


Durante ogni istante di lavoro, il fotografo deve raggiungere una precisa coscienza di quello che sta cercando di fare.


Il fotografo deve essere sicuro, mentre è in presenza della scena che si sta dispiegando, di non aver perso alcun passaggio, di aver realmente espresso il significato unitario della scena. Dopo sarebbe troppo tardi. Il fotografo non può far retrocedere gli avvenimenti, per fotografarli di nuovo.


Vi accorgerete allora, quando è troppo tardi, con terribile chiarezza, dove avete fallito. A questo punto, ricorderete il sentimento rivelatore che avevate provato mentre stavate fotografando.


Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento.


La composizione deve essere una delle nostre costanti preoccupazioni, ma al momento di fotografare può nascere solo dalla nostra intuizione perché noi dobbiamo catturare il momento fuggitivo e tutte le relazioni coinvolte sono in movimento.


È sufficiente che un fotografo si senta a suo agio con la sua macchina e che questa sia adatta al lavoro che vuoi fare. Il modo di usarla, le sue tacche, le sue velocità di esposizioni e tutto il resto dovrebbero diventare automatici, come il cambiare una marcia in automobile.


Nella fotografia l’organizzazione visuale nasce solo da un istinto sviluppato.


Per “significare” il mondo, bisogna sentirsi coinvolto in ciò che si inquadra nel mirino. Questo atteggiamento esige concentrazione, sensibilità, senso geometrico.


Una mano di velluto, un occhio di falco, questi i requisiti che tutti devono avere: non serve farsi avanti a gomitate.


La mia grande passione è il tiro fotografico, che è poi un disegno accelerato, fatto di intuizione e di riconoscimento di un ordine plastico, frutto della mia frequentazione dei musei e delle gallerie di pittura, della lettura e della curiosità per il mondo.


La “tecnica” è importante solo se riesci a controllarla al fine di comunicare quello che vedi.
La tua personale “tecnica” devi creartela e adattarla all’unico fine di rendere la tua visione evidente sulla pellicola. Ma solo il risultato conta, e la prova conclusiva è data dalla stampa fotografica; altrimenti non ci può essere un limite agli scatti che, secondo i fotografi, si avvicinerebbero a ciò che stavano per afferrar e che non è altro che la memoria nell’occhio della nostalgia.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Inserire il numero mancante *

Navigando su questo sito accetti l'uso di tutte le tipologie di cookie in esso presenti, sia del medesimo che di terze parti. Maggiori informazioni

Quando visiti un sito, questo invia al tuo browserI (I.E., Firefox, Safari, ecc.) degli innocui file (cookie) che contengono informazioni sul tuo sistema operativo, ip, username di registrazione, ecc., questi cookie rimangono nel tuo browser anche quando esci da quel sito. La volta successiva che lo visiti, il tuo browser gli rimanda il cookie con i tuoi dati, quel sito lo riconosce e ti fa risparmiare tempo nel login o personalizzazioni di profilo che avevi fatto, in pratica non le devi più reinserire perché quel sito le ha già. Questi si chiamano cookie tecnici. Poi ci sono i cookie di terze parti: questi sono invece finalizzati a creare profili relativi all'utente e vengono utilizzati al fine di inviare messaggi pubblicitari in linea con le preferenze manifestate dallo stesso nell'ambito della navigazione in rete, tipo Facebook, Google, ecc. I cookie non contengono virus.

Chiudi